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Google vs. Oracle, si gioca con la terminologia
Il legale Robert Van Nest ha fatto l'aringa finale nel processo che vede Google accusata di violazione di alcuni brevetti detenuti da Oracle. L'avvocato ha parlato per conto dell'azienda con sede a Mountain View e ha iniziando ricordando a tutti i membi della giuria che "questa causa non ha nulla a che vedere con Java contro Android."
Con questa premessa in testa, Van Nest ha quindi elencato i tre capisaldi della difesa di Google per questo caso:
- Google ha apportato sensibili modifiche per Android, senza avere alcuna specifica conoscenza del portfolio brevetti della Sun Microsistem
- La Virtual Machine di Android non viola il brevetto RE38,104
- Il tool dx di Android non viola il brevetto 6061,520
"Non c'è il minimo elemento di prova che il team di progettazione di Google sapesse o avesse mai visto questi brevetti" ha detto Van Nest, agiungendo che Oracle ha ammesso durante il processo di non aver mai fatto menzione di questi brevetti con qualcuno di Google, non prima di aver avviato la causa nel luglio del 2010.
Van Nest ha asserito che il brevetto 104 richiede che si faccia riferimento simbolico nelle istruzioni, chiarendo che "Android non ha mai usato riferimenti simbolici, ma riferimenti numerici." Questa causa ha gia palesato più volte come la terminologia sia facilmente interpretabile e manipolabile da entrambi le parti.
Un altro esempio è legato al brevetto 520. Van Nest ha spiegato come tutti i periti chiamati a testimoniare abbiano detto che tutti i passaggi del metodo devono essere presenti, inclusa la simulazione del bytecode. Ha quindi fatto notare che Android non ha implementato tale simulazione, come dichiara Oracle, ma un confronto di modelli. | Libertà su Internet. Il Sindaco di Firenze eviti di minacciare querele...
Il sindaco di Firenze Matteo Renzi annuncia di voler querelare chi, su Twitter, riproduce la notizia secondo cui avrebbe preso soldi da Luigi Lusi, l'ex tesoriere della Margherita indagato per aver rubato milioni di euro provenienti dai rimborsi elettorali ai partiti politici.
Ci sentiamo di fare alcune considerazioni. Per prima cosa, non ci si puo' riempire la bocca sulla libertà di espressione su Internet, e poi pensare che il libero pensiero degli utenti (anche in forma così sintetica come su Twitter) possa essere oggetto di azione penale. Un uomo pubblico che querela per diffamazione sottolinea solo la sua debolezza e insicurezza. Soprattutto perché in questo caso, gli utenti di Twitter non sono certo la fonte della notizia. Il cittadino che scrive su Twitter che Renzi ha preso soldi da Lusi si limita di tutta evidenza a riportare quanto scritto da molti quotidiani. Semmai dovrebbe querelare questi ultimi, e non certo i singoli cittadini che discutono liberamente di una notizia, vera o falsa che sia.
È purtroppo una brutta abitudine della nostra classe politica, e non solo, quella di minacciare querele a destra e a manca per mettere a tacere cose non gradite, vere o false che siano. Piuttosto che utilizzare la parola e i fatti per convincere il pubblico - in fondo, dovrebbe essere proprio questa la qualità essenziale della Politica - si preferisce zittire con minacce di azioni legali, multe e risarcimenti.
Non si è mai sentito, ad esempio, che il Presidente degli Usa Obama, anche prima di essere eletto a tale carica, querelasse qualcuno nonostante le falsità su di lui proferite dai suoi oppositori. Falsità che sono ben più infamanti di quelle per le quali oggi il Sindaco Renzi minaccia. Né che un importante Sindaco di New York, come Bloomberg, minacci querele ogni volta che su di lui girano voci calunniose. Le falsità e le forzature sono parte del dibattito politico in una democrazia, come il Sindaco sa benissimo, e nell?ambito politico dovrebbero rimanere ed essere sconfitte.
Per questi motivi, agli eventuali querelati, l'Aduc mette a disposizione la propria assistenza. Come sempre facciamo ogniqualvolta vi sia un attacco alla libertà di espressione su Internet. | Reti wireless aperte, chi è responsabile delle violazioni?
A seconda di chi difendono, i legali in giro per il mondo hanno preso posizioni differenti sulla questione delle responsabilità legate a chi tiene rete WiFi non protette.
Recentemente i router wireless, il principale dispositivo responsabile per questo tipo di problemi, è diventato campo di battaglia legale per i legali che si occupano di problematiche di file sharing e violazioni dei diriti d'autore. La questione è piuttosto semplice. Se una persona usa una rete wi-fi aperta per condividere file proteti da copyright, chi è da ritenere responsabile? Solo chi ha condiviso i file, solo chi ha lasciato aperta la rete wi-fi o entrambi?
In una causa che ha esaminato tutte le regole presenti nell'Unione Europea, un tribunale ha chiarito come si intende procedere in Finlandia. Il tribunale ha deciso che chi ha una rete wireless e la lascia aperta, non può essere ritenuto responsabile per eventuali violazioni delle leggi sul diritto d'autore perpetrate da terze parti.
Mentre questo verdetto sarà sicuramente visto con grande entusiasmo dagli attivisti di internet e dagli Internt Service Provider, è comunque possibile che ci siano ricorsi in appello. Ad ogni modo considerato che in molte cause, si stà cercando di ottenere le identità legate a chi ha condiviso file, c'è da essere confidenti che in molti tra coloro che verranno chiamati in giudizio si ricorderanno che la loro wireless non era solo aperta, era spalancata. | Google e i vari problemi sulla privacy
Sta cominciando a diventare complicato ignorare la lunga sequenza di passi falsi che Google ha commesso nell'ambito della privacy. Il gigante di Mountain View ha più volte solleticato la curiosità della Federal Communications Commission con mail salvate, storici delle pagine visitate memorizzati e anche password di segnali Wi-Fi intercettati dai veicoli usati per fotografare le strade del mondo per il programma Street View.
E' di poco tempo fa l'accusa di aver deliberatamente violato i setting per la privacy del browser Safari per i device della concorrente Apple, tenendosi aperta una porta che le permetteva di sbirciare il comportamento online degli utenti di iPad e iPhone. Questo potrebbe dare qualche gatta da pelare a Google, perchè con questa furbata rischia di avr violato un accordo che Google stessa aveva concordato durante un precedente processo federale, nel quale si era imposta di di non dare interpretazioni arbitrarie delle leggi sulla privacy in futuro.
Come se non bastasse, è del primo di marzo la notizia che Google raccoglierà le informazioni sulle attività dei propri utenti su mail, documenti, e altri gli servizi offerti da gigante di ricerca.
"Google ritiene che le leggi e le richieste di autorizzazione siano solamente un impedimento lungo il cammino che sta percorrendo per rendere il mondo un posto migliore" ha detto Scott Cleland, un assiduo critico di Google e di gran parte delle sue 'trovate'. | Google è confidente, regolamentare i risultati viola il primo emendamento
Un parere legale, richiesto e finanziato da Google, ha sancito che una eventuale legge che dovesse regolamentare i risultati dei motori di ricerca sarebbe incostituzionale poiché andrebbe in violazione del primo emendamento.
Scritto da alcuni eminenti esperti di diritto costituzionale, la "Protezione del Primo Emandamento per i risultati dei motori di ricerca" ha concluso che i risultati delle ricerche fatte sui motori di ricerca sono come l'indice dei giornali e delle riviste.
Quando si parla di riviste, gli articoli vengono selezionati da persone. Quando invece si parla dei risultati di una ricerca, i singoli elementi vengono scelti da un algoritmo. Ma questo algoritmo è stato ideato, creato e viene manutenuto da persone umane che applicano un metodo del tutto simile a quello che il direttore editoriale usa per la scelta degli articoli.
Cosi come il direttore di un giornale decide quali articoli andranno nella prossima edizione del giornale e ordina gli articoli per importanza, anche i motori di ricerca possono scegliere quali risultati considerare e anche scegliere quali risultati finiscono in prima pagina.
Ovviamente Google si sta mettendo al riparo, tutti sanno che il gigante dei motori di ricerca si diverte a mettere un po le mani nei risultati delle proprie ricerche. Rimane da capire come farà poi Google a gestire i propri utenti arrabbiati per il ranking. Se prima la 'scusa' era "Ci dispiace, il nostro algoritmo vi ha dato la posizione che vi meritate", ora la risposta potrebbe essere la molto meno elegante "Scusate, ma non ci piacete". Ma il risultato di questa perizia legale rende Google confidente. | Bing copia Google ma forse lo fa meglio
"Il 90 percento delle persone si consulta con un esperto o con un amico prima di prendere una decisione" con questa frase Microsoft ha aperto la presentazione per le modifiche che ha apportato, o apporterà a breve, a Bing.
Il concetto non è nuovo, suona molto simile a quello che Google ha messo in campo quando ha introdotto Search Plus Your World e ha iniziato a affiancare alle normali ricerche anche dati provenienti dal suo social network. Microsoft però ha intenzione di fare le cose in maniera leggermente differente: include quelli che chiama 'social data' prendendoli da Facebook, Twitter, Googl+, Blogger e, presto, anche LinkedIn, Quora e FourSquare. L'idea è semplice, i dati prodotti da Bing saranno sicuramente molto più rivelanti di quelli prodotti da Google, semplicemente perché includono molti più social network, ma soprattutto non fanno alcun tipo di filtro.
Il nuovo Bing sarà composto da 3 pannelli: una prima sezione con i risultati della ricerca, uno snapshot che in realtà non è ancora presente ma verrà aggiunto tra poco, una parte sociale e una barra laterale che sembra uscita dritta dritta da Windows 8. Microsoft ha battezzato le tre sezioni "Search Knows", "Bing Knows" e "Friend Know" per delineare come i risultati provengano da tre contesti diversi.
Microsoft è molto confidente, alcuni studi condotti dal gigante di Redmond hanno infatti evidenziato come la popolarità di Bing sia cresciuta dal 27% del primo trimestre 2011 al 34% dello stesso periodo di quest'anno. | The Pirate Bay e le pene inflitte ai suoi fondatori
Dopo un lungo processo cominciato con i raid della polizia nel 2006, un processo, un verdetto di colpevolezza nel 2009 e i successivi appelli, è arrivato ora il momento per i fondatori di The Pirate Bay di scontare la loro pena.
Per uno di loro, il businessman Carl Lundström, il cammino è piuttosto chiaro. Secondo quanto sentenziato, arresti domiciliari nel suo appartamento a Stoccolma, con la compagnia del braccialetto elettronico. Per gli altri tre invece, Peter Sunde, Gottfrid Svartholm e Fredrik Neik, rimangono alcuni punti da chiarire.
Per Peter Sunde era previsto l'inizio del suo periodo di detenzione di 8 mesi lo scorso mercoledi presso il centro di Västervik Norra. Ma sembra che non durerà a lungo. Sunde infatti avrebbe fatto richiesta di grazia al governo svedese, chiedendo clemenza per motivi di salute e perchè seriamente preoccupato per il futuro del suo business, Flattr.
"L'idea per la società è venuta proprio a Peter e lui si sente molto responsabile" ha scritto il portavoce di Sunde nella documentazione per la grazia. "E' stato il nome riconoscibile e la reputazione del trentatreenne" continua la richiesta "che ha aiutato Flattr ad ottenere il successo sul mercato che ha. Una presenza che la società ha la necessità di mantenere per poter continuare a crescere."
Gottfrid Svartholm avrebbe dovuto iniziare il suo anno di prigione lo scorso 2 gennaio, ma Gottfrid si è reso introvabile. Gli era stata data la possibilità di costituirsi entro il 18 aprile, ma ovviamente non si è fatto vedere.
In aggiunta alle pene detentive, i fondatori di The pirate Bay devono anche un risarcimento di 11 milioni di dollari. | L'iPad piace tanto anche agli abitanti dello zoo
Sono gemelli e hanno 8 anni e adorano i loro iPad. Disegnano, giocano e espandono il loro vocabolario. Anche gli altri giovani della loro famiglia adorano i loro tablet, mentre gli anziani del clan non mostrano alcun interesse.
Non si tratta di esseri umani, ma degli orango dello zoo Jungle Island di Miami in Florida. Sembrerebbe proprio che quando si parla di tecnologia, le scimmie sono ancora più simili agli umani. Lo zoo è solo uno dei parchi nel quale si fa questo tipo di sperimentazione con le scimmie e i computer. Nello zoo di Miami gli orango usano regolarmente l'Pad per comunicare e come parte di un programma di stimolazione mentale. Linda Jacobs, che supervisiona il programma, spera che il dispositivo possa colmare il gap tra noi umani e i nostri cugini primati.
"Gli esemplari giovani imparano in fretta. Capiscono." ha detto la Jacobs "Mentre i nostri orango più anziani sembrano non essere interessati."
"Possiamo tenere monitorati quotidianamente i loro progressi" ha aggiunto sulla necessità di comunicare con gli orango "Possiamo fare controlli tutti i giorni, se qualcuno non sta bene, ce ne accorgiamo immediatamente."
Altri zoo e parchi naturali stanno facendo esperimenti simili. Richard Zimmerman, dello Orangutan Outreach ha fatto sapere che stanno addirittura sviluppando una app appositamente pensata per l'uso da parte dei primati. I risultati sono soddisfacenti anche se, ovviamente l'iPad ha qualche limitqazione. Dareste in mano ad un orango un dispositivo da 600 euro? Durante l'uso i responsabili devono tenerlo in mano per evitare che le scimmie possano prenderlo. Inoltre il touchscreen si adatta poco bene alle goffe e grosse dita degli orango. | Olanda, il primo paese dalla parte degli internauti
L'otto maggio 2012 è il giorno in cui i Paesi Bassi hanno adottato una legislazione che salvaguarda un rete sicura e aperta nel paese nord europeo. E' la prima nazione europea a inserire la neutralità della rete nel proprio codice legislativo. Inoltre, sono state aggiunte regolamentazioni che hanno lo scopo di proteggere gli utenti da disconnessioni e da intercettazioni da parte degli Internet Service Provider. Il movimento Bits of Freedom, che si batte da sempre per i diritti degli internauti, ha salutato con entusiasmo la notizia, nella speranza che presto, questo tipo di leggi possano essere adottate anche in altri paesi del mondo.
Le leggi sulla neutralità della rete proibiscono agli ISP di interferire con il traffico dei propri utenti. E' previsto che possano essere usate tecniche di gestione del trafico, ma a solo scopo di scongiurare congestionamenti delle linee e per ragioni di sicurezza, ma solo se queste misure sono prese per l'interesse degli utenti.
Uno dei punti cruciali è sicuramente la regolamentazione delle restrizioni sulle intercettazioni. Agli ISP viene fatto divieto di intercettare il trafico degli utenti usando metodi più o meno invasivi quali DPI (deep packet inspection). Le intercettazioni sono possibli solo in alcune circostanze e comunque solo con l'autorizzazione dell'utente. Autorizzazione che l'utente può ritirare in ogni momento.
Secondo la nuova legge, gli ISP non hanno diritto di disconnettere i propri utenti, se non in alcuni limitatissimi casi. Tra questi c'è sicuramente il mancato pagamento delle bollette. | Java rischia di diventare poco open source
In quello che potrebbe essere un duro colpo ad Android, il sistema operativo di Google, una giuria di San Francisco ha raggiunto un verdetto ieri con il quale formalizza le accuse verso il gigante dei motori di ricerca di aver violato le leggi sul copyright nell'uso delle API Java utilizzate per il sistema. Il verdetto è una vittoria parziale per Oracle, la parte lesa che ha accusato Google.
C'è da dire che la giuria non è riuscita a raggiungere un accordo su un secondo punto della causa, ovvero se fossero o meno valide le attenuanti di Google, che potrebbe aver utilizzato le API in maniera ragionevole. Google ha ovviamente preso spunto da questa indecisione per chiedere l'annullamento del verdetto.
Un portavoce di Google ha commentato il verdetto via mail "Apprezziamo gli sfozi della giuria e sappiamo che è sottile il confine tra uso corretto e violazione del copyright. Ma la vera questione è se queste API possano essere considerate o meno coperte da copyright e questo non lo deve decidere la corte. Ci attendiamo di uscire vincitori da questa causa con Oracle, su tutti i fronti."
Se il verdetto dovesse rimanere quello attuale, vorrebbe dire che Java potrebbe non essere poi tanto open source quanto lo si è sempre creduto e Oracle potrebbe quindi decidere di togliere Java dal pubblico dominio, almeno per quello che riguarda i dispositivi mobili. La vita pr gli sviluppatori potrebbe diventare davvero problematica. Java è un linguaggio di programmazione open source, ma questo verdetto rischia di creare confusione sull'uso di Java. In soldoni infatti significa che chiunque usi le API di Java ha bisogno di una licenza. |
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